La Pietra di Visone
La Pietra di Visone è una biocalcarenite estratta dall’età romana agli anni Settanta del Novecento, utilizzata nel corso dei secoli sia come pietra da taglio sia per la produzione di calce.
Conosciuta nella memoria storica recente come pietra da calce, per via delle strutture archeologico-industriali legate alla sua produzione, è stata ampiamente utilizzata anche come pietra da costruzione e da scultura. La coltivazione e l’impiego della Pietra di Visone hanno orientato per secoli l’economia dell’Acquese, influenzando lo stile architettonico della zona.
Cenni geologici
La Formazione di Visone consiste in un affioramento di biocalcarenite localizzabile nel Bacino Terziario Piemontese, tra Visone e Acqui Terme. Riveste un’importanza di carattere regionale perché rappresenta un rilevante evento di sedimentazione carbonatica nella successione terrigena miocenica dell’Alto Monferrato, correlabile ad altre unità simili, come la Pietra da Cantoni e le Arenarie di Bismantova, presenti rispettivamente in Monferrato e nell’Appennino settentrionale.
Nell’ultimo aggiornamento della Carta Geologica d’Italia viene distinta in due membri: il Membro calcareo e il Membro marnoso-glauconitico.
Il Membro calcareo costituisce il deposito maggiormente impiegato, a sua volta suddiviso in Calcare bianco e Calcare grigio, distinti da diverse varietà di fossili che testimoniano l’antichissima presenza del mare in queste zone.
Impiego
La Pietra di Visone viene estratta fin dall’età romana e utilizzata nel corso dei secoli sia come pietra da taglio sia per la produzione di Calce.
Conosciuta nella memoria storica recente come pietra da calce, per via delle strutture archeologico-industriali legate alla sua produzione, si è rivelata ampiamente utilizzata come pietra da costruzione e da scultura. La coltivazione e l’impiego della Pietra di Visone hanno orientato per secoli l’economia dell’Acquese e, nel contempo, influenzato lo stile architettonico, giocando un ruolo ben diverso da quello definito dalla tradizione popolare, che la considera un materiale “povero”.
L’uso della Pietra di Visone, nelle due varietà bianca e grigia, è variamente diffuso dall’età classica fino al Novecento, con un’interruzione in epoca medievale, quando si attesta non raramente il reimpiego di materiale tardoromano, come nel caso della Cripta del Duomo di Acqui Terme. Non compare neppure nei ruderi della chiesa di San Pietro (XI sec.) e nella torre trecentesca dello stesso paese di Visone. Non sarà utilizzata, infatti, in blocchi per le tessiture murarie.
A partire dal XV secolo si registra una considerevole ripresa del suo impiego, con particolare frequenza in apparati decorativi di palazzi signorili e chiese, che troverà il suo apice nel secolo successivo in complessi monumentali come Santa Croce di Bosco Marengo.
È particolarmente ricorrente l’uso in colonne a fusto monolitico, utilizzate in portici e loggiati che diventano, in questo modo, elementi caratteristici dell’architettura aulica locale: in tal senso, nell’ambito del Basso Piemonte, la Pietra di Visone ha certamente indirizzato un gusto stilistico che non si ritrova in nessun’altra zona oltre l’Acquese.
La produzione di calce
La prima testimonianza scritta relativa alla produzione della calce (link dal calcare alla calce) a Visone è attestata da un documento datato 1549, in cui si dispone la costruzione di una o più fornaci da calcina. Ma sicuramente occorre andare più indietro nel tempo: l’estrazione della Pietra di Visone, utilizzata già dall’età romana come pietra da scultura, avrà sicuramente previsto il suo utilizzo anche come pietra da calce.
Tracce della produzione di calce sono presenti nei documenti dei secoli successivi. All’inizio dell’Ottocento risultano in funzione tre cave per l’estrazione di calce di elevata qualità: quella dell’avv. Carlo Giuseppe Rossi in regione Quaretto, quella di Delorenzi-Bonello-Perazzo in regione Fornaci e quella di Bonelli-Bocca in regione Calcagno.
Il periodo più interessante e meglio documentato, anche dai resti industriali ancora visibili, è compreso tra il 1950 e il 1975, con l’attività delle ditte Canepa e Zanoletti. La ditta Canepa ha un ruolo particolare nella storia industriale di Visone, in quanto sarà la prima società ad affrontare la produzione e il commercio di calce in chiave imprenditoriale, cominciando a produrre e a commerciare su larga scala. Infatti, nonostante il nuovo collegamento ferroviario, fino alla fine del XIX secolo e nei primi anni del Novecento si assiste a un susseguirsi di proprietà di diverse ditte, il cui operato non durava che per pochi anni. Il commercio delle calci nell’Acquese non riesce a sganciarsi dalle logiche di una produzione locale che, relativamente agli impianti installati, non era sufficiente.
Giuseppe Canepa proveniva da Sestri Ponente, dove la famiglia Canepa, per tradizione, si era tramandata la produzione di calci per tutto il XIX secolo e gli inizi del XX. A Genova, le dinamiche commerciali già nel XVII secolo si rivelavano molto aperte agli scambi, per l’evidente vantaggio della presenza del mare, via di comunicazione eccellente per i trasporti pesanti e verso località lontane.
Tuttavia, la ditta Canepa, anche se più imprenditoriale, non abbandonerà mai i mezzi di produzione tradizionali, che si riscontrano lungo tutto il corso della storia: l’unica variante effettiva rispetto a metodi ancora più antichi è la fornace a fuoco continuo. Al di là del moderno impianto di cottura o della qualità degli esplosivi, infatti, tutte le maggiori operazioni di produzione avvenivano attraverso il lavoro manuale e animale. La realtà industriale italiana prevedeva già da lungo tempo la meccanizzazione di queste azioni, che Zanoletti aveva naturalmente adottato, nella ditta confinante, assieme anche a nuovi forni per la cottura.
Nel ventennio dal 1950 al 1970, a Visone convivono e si compenetrano due fasi distinte dell’evoluzione tecnologica della lavorazione della calce, espresse attraverso una produzione che segue logiche “artigianali” e un’altra adiacente che promuove nuovi mezzi meccanizzati di taglio “industriale”.
Entrambe le ditte furono costrette a cessare l’attività negli anni Settanta, a causa dei sistemi di cottura ormai sorpassati: le vecchie fornaci a carbone avrebbero dovuto essere sostituite da quelle più moderne a nafta. Inoltre, la calce, materiale tradizionale, cominciò a soffrire definitivamente la diffusione e la concorrenza dei cementi.
Gli scalpellini toscani di Borgo Villeto
Alla fine dell’Ottocento, come in molte altre parti d’Italia, i lavori per la costruzione della ferrovia attirarono manodopera proveniente da altre zone. A Visone è tramandata nella memoria popolare la presenza di una comunità di scalpellini toscani, provenienti dalle Alpi Apuane, che si stanziò in Borgo Villeto, un quartiere che sorge direttamente su un antico gradone di cava dismesso.
I documenti raccolti sono scarsi, ma suggeriscono l’esistenza, a Visone, di gruppi di persone provenienti da Prato e dal Pistoiese, zona nota per la lavorazione della pietra serena grigia.
Per approfondire:
P. Allemani, Le Cave di Visone. Identità territoriale e ipotesi di riqualificazione, tesi di laurea in Archeologia Industriale, Università degli Studi di Genova, 2002.
P. Allemani, Gli ecomusei prossimi venturi: il lavoro con la pietra e la calce (Cave di Visone), in “Piemonte Parchi”, XX, 2005, n. 4 (aprile), p. 27.
P. Allemani, Analisi dei processi di degrado della Pietra di Visone ai fini della sperimentazione di nuove tecniche di consolidamento, tesi di dottorato, Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, PhD School in Earth System Sciences, Environment, Resources and Cultural Heritage, 2013.
P. Allemani, M. Gomez-Serito, La pietra di Visone: un significativo indicatore per la lettura dell’edilizia storica del Basso Piemonte, in Atti del IV Convegno di Studi Medievali, Firenze, 2018, pp. 505-509.
A. d’Atri, Biostratigrafia della Formazione di Visone (Miocene inferiore, Bacino Terziario Ligure-Piemontese), in “Bollettino del Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino”, 13, 1995, pp. 345-375.
F. Piana et al., Carta Geologica d’Italia alla scala 1:50.000, Foglio 194 – Acqui Terme, 2012.
G. Trabucco, Fossili, stratigrafia ed età del Calcare di Acqui (Alto Monferrato), in “Bollettino della Società Geologica Italiana”, XXVII, 1908, pp. 337-406.
Dal Calcare alla Calce
La calce è il primo legante della storia prodotto artificialmente dall’uomo, ottenuto attraverso il processo di calcinazione delle pietre calcaree.
Il più antico esempio conosciuto di utilizzo edilizio della calce è una pavimentazione di età neolitica ritrovata nella Galilea meridionale e risalente al 7000 a.C. La calce viene utilizzata sempre più ampiamente nelle attività edilizie degli Egizi, dei Greci e dei Romani.
In epoca medievale, l’arretramento tecnologico determinato dal progressivo ritorno a una produzione strettamente locale produsse contestualmente un drastico calo qualitativo della calce. Il ritorno all’uso di grandi forni in muratura nel XIV secolo e, soprattutto, il passaggio dall’uso della legna a quello del carbone come combustibile nel XVIII secolo permisero nuovamente di raggiungere temperature adeguatamente alte per una completa calcinazione e, quindi, di ottenere prodotti di elevata qualità, già noti in età classica.
In epoca più recente, la fortuna della calce rallenta progressivamente intorno alla metà del secolo scorso, quando gli ulteriori sviluppi tecnologici e il passaggio a combustibili di origine petrolifera, con un potere calorifico ancora più elevato, consentono la diffusione su larga scala dei cementi.
Ultimamente, la calce sta però ricevendo una nuova attenzione, grazie proprio al minore fabbisogno energetico necessario per la sua produzione e, quindi, alla sua maggiore sostenibilità ed ecocompatibilità.
Per ottenere la calce idrata, o spenta, Ca(OH)₂, è necessario procedere con un successivo trattamento chiamato spegnimento, che consiste in pratica nell’aggiunta di acqua alla calce viva:
CaO + H₂O → Ca(OH)₂
Il processo di spegnimento è apparentemente semplice, essendo sufficiente “bagnare” la calce viva con acqua, ma la reazione chimica che ne deriva è estremamente esotermica, sviluppa cioè moltissimo calore. Tale processo è di conseguenza delicato e pericoloso e va condotto in presenza di grandi quantità d’acqua, in modo che una massa d’acqua elevata sia in grado di assorbire il calore sviluppato senza innalzare troppo la temperatura.
Per questo motivo, spesso e specialmente in passato, si preferiva procedere allo spegnimento immergendo direttamente i blocchi di calce viva in grandi vasche, anziché aspergendoli con getti d’acqua.
La calce spenta è un materiale decisamente meno caustico e più stabile, sebbene, in tempi lunghi, sia anch’esso soggetto a invecchiamento dovuto a ricarbonatazione.
Gli impieghi sono molteplici: ad esempio nella concia delle pelli, nella purificazione delle acque, nell’industria chimica, farmaceutica e petrolchimica come reagente e/o additivo, oppure come più delicato disinfettante o anticrittogamico. Certamente, però, il principale è storicamente quello in edilizia, sia come legante nelle costruzioni sia come finitura esterna delle murature, ad esempio nel tadelakt.
La presa della calce avviene come risultato finale di tre fasi successive:
- inizialmente, l’asciugamento dell’impasto per evaporazione dell’acqua in esso contenuta;
- successivamente, la cristallizzazione del Ca(OH)₂ e il conseguente consolidamento dell’impasto stesso, cioè la presa;
- infine, a partire dagli strati esterni dell’impasto, la progressiva carbonatazione della calce e l’espulsione anche della cosiddetta “acqua strutturale”, secondo la reazione:
Ca(OH)₂ + CO₂ → CaCO₃ + H₂O
La calce idraulica, o pozzolanica, è infine una varietà di calce additivata con argille, ovvero ottenuta naturalmente partendo da calcari già impuri per la presenza di materiali argillosi e/o di alluminosilicati. È chiamata in questo modo perché ha la caratteristica di indurire anche senza il contatto con l’aria, per cui viene tipicamente impiegata per interventi edilizi subacquei.